
Aggiungi ai preferiti
di Antonio Pisante, Yellow Tech
L’accordo miliardario tra Walt Disney Company e OpenAI è un momento epocale nella storia dell’intrattenimento, che cambia le regole per davvero. Non si tratta di un aggiornamento, non una feature in più: è un cambio epocale di paradigma.
Perché quando un colosso mondiale dello storytelling decide di aprire i propri mondi all’intelligenza artificiale generativa – e lo fa in modo regolato, trasparente e ufficiale – il messaggio è chiaro:l’AI non è nemico della creatività, bensì il suo nuovo alleato strategico.
Con l’accordo miliardario siglato con OpenAI, la casa di Topolino ha ufficialmente dato il via libera all’uso dei suoi universi narrativi su ChatGPT Images e su Sora, il sistema di generazione video basato su AI, e oltre 200 personaggi tra Disney, Pixar, Marvel e Star Wars diventano materia prima creativa per i fan.
Ufficialmente e senza zone grigie. Fino a ieri, il rapporto tra AI e copyright era una terra di mezzo: affascinante, ma scivolosa.
Con questo accordo triennale, Disney diventa il primo grande licenziatario ufficiale di Sora, spazzando via ambiguità e polemiche. I personaggi, le ambientazioni, i costumi, gli oggetti iconici: tutto sarà utilizzabile in modo legale, con paletti chiari e un framework etico definito. Niente voci o sembianze di attori reali, niente contenuti illeciti. Solo fantasia che corre veloce, ma nella corsia giusta.
Tradotto: creatività sì, caos no. Invece di combattere l’inevitabile, Disney ha scelto di governarlo: l’accordo con OpenAI non è una resa, ma una mossa di posizionamento. Il risultato? Un ecosistema in cui i fan non sono più solo spettatori, ma diventano creatori attivi, registi digitali, storyteller accompagnati da strumenti AI.
La domanda sorge spontanea: questa rivoluzione è un bene o un male?
La risposta breve è che rappresenta un’enorme opportunità. Non perché l’AI sostituirà registi, sceneggiatori o animatori (narrativa stanca e poco credibile), ma perché abbassa drasticamente le barriere all’ingresso.
Con Sora sarà possibile generare brevi clip video pensate per i social, esperimenti narrativi, teaser, micro-storie.
Fanmade, sì. Ma con asset ufficiali e una qualità che rischia seriamente di alzare l’asticella più di certi blockbuster recenti. Diciamolo senza ipocrisie: qualche fan-made potrebbe risultare più interessante, più coraggioso o semplicemente più fresco di certi film visti negli ultimi anni. Non perché i fan siano “migliori” dei professionisti, ma perché non hanno lo stesso peso addosso. Non devono difendere un franchise da miliardi di dollari. Possono, cioè, osare.
Il punto quindi non è che “l’AI sostituirà i registi”.
Il punto è che nascerà una nuova generazione di creator che parla il linguaggio del cinema e della serialità, ma con strumenti radicalmente nuovi. Qualche fan-film potrebbe sorprendere, emozionare, magari diventare virale. E aprire la porta a nuovi talenti.
Alcuni dei video generati dai fan, selezionati e curati, arriveranno anche sulla piattaforma streaming Disney+ – che diventerà uno spazio ibrido in cui convivranno i contenuti professionali e quelli meno professionali – nati dalla pura creatività delle community. Non è poco: è una visione.
E allora, forse, l’AI non cancella l’immaginazione umana. La amplifica.
Come ha sottolineato Bob Iger, l’obiettivo dell’accordo è esplorare l’AI generativa in modo responsabile, tutelando creatori e opere originali. Sam Altman parla di un’alleanza tra tecnologia e creatività che porta benefici a tutta la società. Corporate statement? Certo. Ma qui i fatti seguono (finalmente) le parole.
Perché mettere nelle mani dei fan strumenti così potenti significa fidarsi dell’immaginazione collettiva. Significa riconoscere che le storie non vivono solo sul grande schermo e con budget milionari, ma anche nei prompt, nei remix, nelle reinterpretazioni.
Non solo cinema: anche la musica ha smesso di combattere l’AI
Se l’accordo tra Disney e OpenAI segna una svolta per il cinema e lo storytelling visivo, quello tra Warner Music Group e Suno racconta la stessa storia nel mondo della musica. Cambia il medium, ma la traiettoria è identica: dallo scontro frontale alla collaborazione strategica.
Solo pochi mesi fa il clima era da guerra: nel giugno 2024 la RIAA, per conto delle tre major Universal, Sony e Warner, aveva intentato cause miliardarie contro Suno e Udio, accusate di aver addestrato i propri modelli su musica protetta da copyright senza autorizzazione. La linea difensiva del “fair use” è crollata nel maggio 2025, quando l’Ufficio Copyright statunitense ha chiarito che replicare materiale espressivo in modo riconoscibile non può essere considerato uso legittimo. Sembrava l’inizio della fine per l’AI musicale. In realtà, era solo l’inizio di un cambio di strategia.
Warner Music Group ha chiuso il contenzioso con Suno e ha aperto ufficialmente una nuova era: licenze, modelli addestrati su cataloghi autorizzati, consenso esplicito degli artisti. Non una resa, ma una normalizzazione. Poche settimane prima, Universal aveva fatto una mossa simile con Udio, seppur con paletti molto più rigidi.
Suno, di fatto, ha vinto la corsa e i numeri lo confermano: è oggi una delle app musicali più scaricate al mondo, con una diffusione che ha già superato la fase sperimentale.
Produttori, songwriter e professionisti la usano quotidianamente, spesso in privato, come strumento di lavoro. Molti autori hanno smesso di pagare costose session di demo: una chitarra, una voce e Suno fanno il resto. Con questo accordo, il controllo torna formalmente agli artisti. Saranno loro a decidere se e come permettere l’uso della propria voce, del proprio stile, della propria identità creativa. Chi accetta, potrà aprire nuove linee di ricavo; chi rifiuta, resterà fuori.
L’AI, oggi, non crea al posto dei musicisti. Crea con loro, o meglio: crea per chi sa usarla.
Come ogni strumento potente, amplifica il talento ma rende evidente anche il vuoto creativo. Scrivere un prompt è facile. Scrivere qualcosa che abbia senso, identità e visione lo è molto meno.
Cinema e musica stanno arrivando alla stessa conclusione: l’AI corre troppo veloce per essere fermata. L’unica mossa intelligente è incanalarla, darle regole, responsabilità e un modello economico sostenibile.
Questi accordi (Disney con Sora, Warner con Suno) segnano un prima e un dopo.
Per l’AI, che entra ufficialmente nell’Olimpo dell’intrattenimento globale.
Per le aziende che dimostrano di saper guidare il cambiamento invece di subirlo.
E per i fan, che da spettatori o ascoltatori diventano co-autori di quegli universi artistici che amano da sempre.
Come ogni grande saga, anche questa inizia con “una nuova speranza”.
